Sulla Definizione e Delimitazione del Concetto di Arte


Comunicazione, Segni e Significati


Tutto il Mondo è comunicazione, o per lo meno non è esperibile che attraverso di essa. La natura seleziona i canali, la mente si forma a partire da questi.
Comunicazione: DNA, linguaggio, gioco, … , arte.
Ogni sistema di comunicazione ha per lo meno bisogno di un canale in cui veicolare segni. Nel caso analogico il segno somiglia alla cosa rappresentata, nel caso digitale, questa somiglianza non importa affatto. Vi sono comunicazioni naturali che non richiedono affatto un mittente, così come per alcune di esse è vero che non verranno mai ricevute in alcun luogo.
La comunicazione non presuppone necessariamente l’intenzione. E’ solo nel caso dell’espressione linguistica che il significato diviene manifestazione di volontà.
Se il sole brilla alto alla meridiana ne segue che è giorno. Eppure, tuttavia, il sole non si è sforzato affatto di essere lì in quel giorno e a quell’ora per comunicarmi di iniziare le mie attività. Ed oltre, è mai possibile che il sole allo Zenit non comunichi che è giorno?
Cosa comunica il suono della sveglia alla mattina? Un’intenzione passata riguardo una comunicazione futura. In questa comunicazione è espresso, ad esempio, un certo orario, oppure il mio proposito di ieri sulla durata del mio sonno. Eppure lo stesso segno sarebbe buono a tutt’altro e nessuno ne resterebbe sorpreso. Potrei mettere la sveglia all’uscita di una scuola ed istruire gli studenti a lasciare le classi al suo suono, oppure renderlo parte di una complessa esecuzione di musica per nastro elettronico.
Se tutti i significati fossero convenzionali non ci sarebbe affatto semantica. Ad ogni convenzione corrisponde un livello dell’uso che detta la regola ed i suoi partecipanti. Ma come guidare un’automobile senza l’attrito dei pneumatici contro il terreno?
Esistono una serie di segni che non sono rapportati affatto alle semantiche di cui i loro significati simbolici li investono. Se un uomo incontrandomi si leva il cappello sarò molto lieto per il rispetto manifestatomi, eppure dal suo gesto non consegue proprio nulla di naturale se non il piccolo vortice d’aria da esso provocato. Negli eventi naturali di cui non ci curiamo non riusciamo a vedere semantiche. Eppure l’origine del mentale è proprio la naturalizzazione delle reazioni ai comportamenti appresi; come se la società aggiungesse alla natura tutte le regolarità su cui la sua struttura si fonda.
Tutto ciò che consente di descrivere eventi non attuali deve, per sua natura, essere veicolato da significati non naturali, a meno da non replicare la realtà che bisogna descrivere.
Una convenzione gestisce l’uso dei segni, e con essa la loro applicabilità.
Nel caso della comunicazione verbale l’intenzione è necessaria oltre che evidente. Chi di voi sarebbe disposto a concedere un’anima agli animali? Istruisco un cane ad abbaiare al mio richiamo, e lui esegue, con regolarità sorprendente. Faccio lo stesso con una rete neurale dotata di sensori acustici ed altoparlanti per la riproduzione del verso del cane. Credo che nessuno sia disposto ad equiparare la coscienza al comportamento, eppure è solo grazie a quest’ultimo che viene, ad esempio, attribuita un’intelligenza agli uomini. Siamo al limite del comportamento nel caso di sistemi, organici o meno, capaci di eseguire abilità complesse, come ad esempio il cacciare o l’attendere il nemico per poi sopraffarlo con armi. Credo tuttavia che la coscienza si manifesti appieno solo per mezzo del discorso indiretto.
La distinzione grammaticale tra il soggetto e l’oggetto è all’origine della credenza nell’esistenza dell’anima e della coscienza. L’intenzione comunicativa è all’origine delle semantiche non naturali. La volontà muove il linguaggio, ed a livello di specie vi si trovano i fondamenti. Come se tutto ciò che esiste non è li per caso, ma per risultato di adattamenti sempre più longevi e lungimiranti.
Nel caso del discorso verbale troppo spesso si confondono il mezzo con la coscienza che lo usa. Cogito ergo sum, ed anche, descrivo una scena, immagino una situazione, ricordo un evento, e te lo riferisco. Come se il linguaggio che descrive gli eventi non attuali in un certo senso li produca anche, li getti davanti nei loro tratti essenziali, lasciando ad altri in compito della specificazione. Qualcosa di molto simile alla creazione di materia a partire da suoni.
 
Sull’espressività dei linguaggi
 
I significati naturali non ammettono alcun margine di discrezionalità nell’interpretazione. Sono regolati dal semplice rapporto di causa effetto. Le interpretazioni probabilistiche sono semplicemente concetti mal descritti su cui si cerca di operare con una logica poco opportuna. Ecco un’altra falsa credenza. Eppure la scienza si comincia a popolare di queste descrizioni, e nessuno in coscienza potrebbe abbandonarle, sarebbe come impedire ad un medico di eseguire una diagnosi, o come impedire ad un pescatore di uscire in barca al pomeriggio. Conviene sfatare quest’antica credenza legata al razionalismo ed al determinismo, almeno in semantica.
Quando il linguaggio non è sufficiente a descrivere un fenomeno, bisogna inventare un linguaggio nuovo, che con il primo entra il rapporto solo per mezzo di maldestri accoppiamenti.
La logica di una teoria è la strada più breve per arrivare alla meta con gli strumenti attuali. Sconsiglierei a chiunque si raggiungere l’Himalaya in bicicletta, mentre sicuramente non prederei l’aereo per andare in bagno. Il linguaggio naturale è per la descrizione quello che il nostro corpo è per il moto, ci consente di andare dovunque, ma non sempre con poco sforzo. Munirsi di strumenti può rendere molto ma anche rendere impossibile l’impresa, e qui il ragionamento migliore è di tipo economico.
Perché bisogna essere sempre efficienti, veloci, appropriati anche nella vita? Forse per non morire?
Caratteristica del linguaggio naturale è l’astrazione, resa necessaria dell’esigenza di comunicare infiniti concetti mediante l’utilizzo di un lessico finito. La grammatica consente di introdurre nuovi concetti associnandone altri, collocare nel tempo e nello spazio azioni ed eventi, ma l’incertezza di fondo nell’interpretazione non può essere risolta nemmeno ricorrendo all’utilizzo di boriosi linguaggi formali. Nella storia del pensiero si è spesso assistito a vani tentativi mirati all’eliminazione dell’ambiguità, almeno limitati al linguaggio della scienza, producendo al più in una valanga di simboli inutili ed inconsistenti.
Ecco una soluzione: aumentare indefinitamente l’estensione del lessico della lingua. Seguono obiezioni. Il lessico di una lingua è formato da combinazioni di fonemi che per loro stessa natura devono essere un numero limitato per via delle possibilità fisiche dell’apparato vocale umano e della possibilità che le differenze vengano riconosciute dell’ascoltatore (strutturalismo docet). La lunghezza delle parole di una lingua è tuttavia limitata nel numero di fonemi esprimibili per via di problemi legati alla memorizzazione: è un dato empirico il fatto che la memoria a breve termine dell’uomo si limita a circa cinque item. Ne segue che la lunghezza massima delle parole esprimibili in una lingua è limitata. Un altro dato empirico è che le parole più frequenti di una lingua sono le più brevi, e questo per assicurare una certa efficacia nella comunicazione. Non a caso la maggior parte delle lingue conosciute ha un vocabolario composto da non più di 100000 termini. Se è vero che a parole differenti si possono associare concetti differenti, è anche vero che la linguistica non si può spingere oltre i limiti tracciati dalla scienza cognitiva. Dunque il linguaggio è e deve essere ambiguo, pena la perdita della sua completezza.
La polisemia assicura la generalità di una lingua naturale, vano cercare di eliminarla, uno stupido insulto alla conoscenza ripudiarla, ardua impresa comprenderla.
Nell’enunciato “la mela è verde” posso scorgere una foresta di interpretazioni possibili, eppur tutte egualmente appropriate per descrivere l’enunciato comunicato.
Il linguaggio naturale è sotto-specificato e ridondante: sotto-specificato per consentire una fisiologica vaghezza nel riferimento, ridondante per via delle apparentemente inutili ripetizioni di termini e concetti di cui i suoi testi sono imbevuti. Questa critica è ben conosciuta da ogni linguista ai giorni nostri. Ma ben pochi linguisti oggi comprendono i profondi meccanismi della lingua.
La risoluzione della polisemia rende necessaria una certa ridondanza, almeno dal punto di vista lessicale. Perché mai è buona norma evitare ripetizioni, ad esempio utilizzando sinonimi di una stessa parola quando la struttura grammaticale lo rende necessario? Forse per meglio mettere a fuoco i concetti rilevanti nel discorso, eliminando le ambiguità. “Ho bisogno del calcio, lo sport mi rende felice” , rende meglio l’idea rispetto a “Ho bisogno del calcio, il calcio mi rende felice” e poi suona meglio. Le questioni d’orecchio sono spesso legate a questioni di efficacia ed economicità.
Tutto ciò che è reale è razionale, ed a maggior regione tutto ciò che è largamente adottato nasconde in se il valore aggiunto dell’aver superato la falce dell’evoluzione. Solo l’evoluzione naturale può superare se stessa, soprattutto per questioni legate alla lingua.
Il linguaggio naturale è il solo strumento che ci consente di esprimere una varietà infinita di concetti utilizzando strumenti finiti. Rendiamo grazie all’astrazione.
Alla sottospecificazione si può sopperire solo mediante uno sforzo nella direzione della contestualizzazione. Il livello di precisione richiesto, in questi casi, si limita a considerazioni di tipo economico: sii coinciso, evita l’ambiguità, sono tra le più importanti massime conversazionali di Grice.
Nel caso della comunicazione scritta, un buon modo per aggirare la sottospecificazione è l’ampliamento adeguato del testo, a condizione di non essere noiosi e ridondanti.
Parlare di vero o falso è una questione d’orecchio (ma questa è un’altra questione).
 
Arte come sistema di comunicazione
 
Non è possibile lasciare agli altri il compito di esplicitare i propri pensieri nella comunicazione verbale. Così come ci si rende a volte conto che un nostro messaggio è stato frainteso, ci si potrebbe più spesso interrogare riguardo cosa sia stato omesso nella comunicazione.
L’artista non vorrebbe tralasciare proprio nulla del proprio pensiero, e per questo si trova solo davanti alla sua opera. E’ molto facile comunicare contenuti condivisi da una comunità, bastano solo poche parole. Peccato che l’arte sia spesso un lavoro d’avanguardia.
A volte il tratto nasce dal nulla sul foglio, ed altre è frutto di un sublime lavoro d’ingegno. Il tratto si trasforma il linguaggio solo se esiste un linguaggio che lo ammette, oppure creare un linguaggio dal nulla è possibile?
L’artista troppo spesso non trova i linguaggi che più lo aggradano, e ne inventa o ne importa di nuovi. Poi muore in solitudine tra i suoi nuovi mondi creati. Se è fortunato, dopo cent’anni anch’essi diverranno linguaggi, e verrà finalmente compreso.
La lingua naturale è il sistema di segni più completo ed efficiente concepibile relativamente agli spazi comunicativi generali che essa ricopre, tutto il resto è un corollario del suo potere espressivo.
La lingua si evolve coi tempi modellandosi alle nuove necessità, ma i principi sui quali si basa la sua semantica rimangono immutati, almeno nelle loro proprietà strutturali. Essa comunque rimane il modo più economico per esprimere la gamma di significati che il mondo richiede. Ma non sempre la scelta più economica è la migliore per scopi specifici.
Prima dell’avvento dell’algebra la matematica era molto vicina alla filosofia. Oggi è molto più simile all’informatica ed alla logica. Tuttavia i concetti che tratta e trattava non si differiscono molto da quelli cercati dal poeta, cambiano forme e comunità.
Un linguaggio è completo se ammette descrizioni finite per concetti e situazioni di ogni tipo, altra questione è la sua efficienza. Se per descrivere l’infinito Leopardi avesse speso del tempo in lunghi e boriosi trattati matematici, forse il suo pensiero sarebbe rimasto sepolto.
I giochi linguistici sono situazioni determinate in cui i significati delle espressioni utilizzati sono osservabili direttamente nel loro uso concreto. La lingua naturale comprende parole e forme grammaticali che fanno da ponte tra un gioco e l’altro. Tuttavia la polisemia è risolta solo all’interno di un gioco determinato. L’interpretazione consiste principalmente nell’identificarlo.
Vi sono alcuni concetti che non si lasciano descrivere completamente mediante l’uso del linguaggio ordinario. Sembra come un anziano e panciuto signore che cerca di dormire nel lettino del figlio, se tira le coperte sulle spalle si scoprono i piedi, se cerca di coprire le gambe si busca il raffreddore.
L’artista esprime un vissuto interiore difficilmente esprimibile, le catene di pensieri e sensazioni di cui è partecipe sono troppo spesso intuizioni di logiche non note, eppure lampanti solo ai suoi occhi.
La solitudine dell’artista è spesso dovuta a lacune di tipo grammaticale (del linguaggio delle comunità alle quali si riferisce).
L’artista ed il filosofo condividono un’analoga lacuna del linguaggio che conosce, il primo la colma inventandone nuovi, il secondo deformando quello esistente.
Per comunicare ognuno si avvale degli strumenti che meglio padroneggia.
L’invenzione filosofica: un nuovo concetto. Il lavoro filosofico: chiarificare quelli esistenti. L’invenzione artistica: un nuovo linguaggio, il lavoro dell’artista: comunicare per mezzo dei linguaggi esistenti.
Parlare una lingua è come guidare un’automobile, conosco i comandi di base, e li utilizzo come strumenti per i miei scopi. Se dovessi elencare le regole che io conosco, esse sarebbero molto simili a quelle note ad un campione di rally o di formula uno, eppure lui guida di certo meglio di me. Non è una questione di coraggio, bensì d’esperienza.
La semantica della parola arte è molto vicina a quella della parola arto. Con le mani si realizza in materia la fantasia dell’uomo. L’artista è in primo luogo un artigiano che pensa.
L’apprendimento è per lo più legato a questioni d’istinto, passione e curiosità. Un buon maestro non spiega, accompagna.
Se mi sento solo nella terra in cui vivo, è per lo più per problemi di comunicazione. Nel viaggio si apprendono nuovi linguaggi, che nella mia terra non riesco a vedere. Non ho mai conosciuto nuove realtà, bensì nuovi modi per rapportarmi all’esistente. L’artista è come un viaggiatore che, trovatosi in paradisi lontani, cerca di renderne partecipi i suoi vecchi compagni. Troppo spesso rimane incompreso, altre volte li invita di persona a toccare con mano. Ma sono in pochi a seguire il suo richiamo.
Tutto è già qui, davanti a me, ora. Ma lo stesso soggetto può essere descritto in infiniti e differenti modi. Ogni comunità ne predilige solo alcuni, e questo per problemi di comunicazione. La ricerca nell’arte consiste nel saper utilizzare il modo più sintetico che massimizzi l’espressività nel caso specifico. Anche questo è un problema d’efficienza ed economia.
Il miglior rimedio alla solitudine è dormire sogni beati, in cui le modalità della comunicazione sono dettate dalla propria conoscenza.
Ed eccoci arrivati al punto, dove comincia l’arte e finisce il linguaggio ordinario? La domanda contiene in se la risposta. Il piano del problema assume adesso i connotati propri della linguistica. Peccato che questa scienza sia tutt’altro che chiara, al giorno d’oggi.

Fonte del testo http://tcc.itc.it/people/gliozzo/Private/Scritti/arte.htm